PARISINA

Il poema Parisina – scritto nel 1815, ma pubblicato nel 1816 – si distingue dall’altro che Lord Byron ambientò a Ferrara (Il lamento di Tasso, 1817) in quanto, a differenza di quest’ultimo, il poeta non l’ha scritto “come conseguenza dell’essere stato a Ferrara”, ma il fascino per la storia di Parisina, pubblicata un anno prima che Byron visitasse la città estense, precede – per così dire – il contatto diretto con Ferrara. Vi si reca, appunto, per la prima volta solo nel 1817, mosso da un capriccio da turista acculturato, che vuole prendere le distanze dai suoi compatrioti, e dunque sulla strada per Roma disdegna fermarsi troppo a lungo a Firenze, che non lo incuriosisce per nulla, e preferisce piuttosto fare sosta a Bologna e poi a Ferrara.

L’urgenza di scrivere Parisina, e la necessità profonda che anima i versi del poema, sono in qualche modo dettati da un motivo biografico: Byron desidera ‘mettere in scena’ l’amore per la sorellastra Augusta – che pare essersi consumato prima e in parallelo con il matrimonio del poeta – anche se effettivamente la leggenda di Ugo e Parisina è una storia di adulterio, più che di incesto: come è noto, Parisina Malatesta, giovanissima moglie dell’attempato Niccolò III d’Este (che Byron chiama Azo – Azzo – per “ragioni metriche”), si innamora infatti del figlio bastardo di lui, Ugo, che è quasi suo coetaneo.

Byron viene a conoscenza della leggenda fra il 1814 e il 1815, leggendo i Miscellaneous Works di Edward Gibbon. Nonostante la Nota di Byron al poema, in cui contestava l’opinione comune secondo la quale un simile argomento sarebbe stato poco attinente alla poesia, una volta che Parisina fu pubblicato, naturalmente non mancò di suscitare reazioni a dir poco negative. Eppure non c’è niente di più pertinente alla poesia di un amore proibito che va di pari passo con la critica a una società tirannica che punisce pubblicamente due amanti (o presunti tali) solo per preservare la propria ipocrisia e il diritto parallelo a praticare ingiustificate prevaricazioni.

Parisina non è un monologo, come Il lamento di Tasso, ma è un poema a tre voci, nonostante Parisina non parli ma semplicemente esploda in “un lungo grido”. La relazione stabilita dai versi fra Parisina e Ugo è prima di tutto un contrasto fra un’eloquente afasia e una dispersiva loquacità. Se la leggenda narra che i due amanti furono entrambi decapitati, Byron fa di tutto per salvare la sua eroina che – stando alle parole del poema – forse sopravvisse e in seguito morì in un convento o per effetto di “torture meno astruse” dell’avvelenamento o di una pugnalata, metodi molto comuni ai tempi.

È grazie alla profonda empatia del poema che facciamo nostre le vicende anche più drammatiche, di cui non ci limitiamo ad essere semplici testimoni. Byron, del resto, nello specchio del poema cerca riflessi di se stesso e, in Parisina in particolare, crea non solo un luogo letterario dove esprimere i propri inesprimibili sentimenti, ma – con ancora più affascinante preveggenza – prefigura la forma della sua vita futura quando si troverà coinvolto nella relazione amorosa con Teresa Guiccioli.

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria” dice il verso di Dante che Byron più amava citare e aveva tradotto (“The greatest of all woes / Is to remind us of our happy days / In misery…). Ecco che allora nell’intimo teatro allestito dai versi è contenuto l’antidoto comunque necessario che Byron sempre ci dona per vivere qui e altrove al medesimo tempo.